Nomads and their Neighbours in the Russian Steppe

Ultimo aggiornamento: 13 May 2021

Golden P.B.

Nomads and their Neighbours in the Russian Steppe

Turks, Khazars and Qipchaqs

Ashgate/Variorum, Aldershot 2003

Scheda a cura di: Pubblici L.

Series: Variorum Collected Studies, Vol. 752


Sulle origini della Russia e sull’etnogenesi degli Slavi si è scritto molto, ma una comune teoria sull’argomento è ancora lontana a venire. Gli studiosi si sono a lungo interrogati sul ruolo avuto dal nomadismo delle steppe eurasiatiche in questo processo e le conclusioni sono state spesso opposte. La storiografia russa del XIX secolo ha insistito sul carattere negativo delle incursioni di popolazioni come Peceneghi e Polovcy (Cumani) attribuendo loro una furia distruttiva la cui unica conseguenza sarebbe stata un rapporto coi Rus’ univoco, caratterizzato da un perenne stato di conflitto, una sorta di dualismo fra nomadismo e civiltà sedentaria, contrapponendo il mondo della steppa a quello della foresta. A questa corrente hanno legato il loro nome storici importanti, Solov’ev, Kljucevskij, Chruševskij (quest’ultimo ukraino) la cui analisi è stata in parte bloccata dal movimento cosiddetto eurasista per poi essere ulteriormente corretta dalla storiografia marxista.
L’eurasismo, un movimento sorto nei primi anni Venti del XX secolo a Sofja, si è confrontato sulle reali conseguenze dell’occupazione mongola e sul retaggio che essa ha avuto sui successivi sviluppi politici, economici e culturali della Russia, dandone un giudizio sostanzialmente positivo e spostando fatalmente il baricentro della controversia ad est. La Russia come realtà unica e non corrotta dall’egemonia culturale occidentale è uno degli elementi fondamentali dell’impianto eurasista che ha avuto fra i suoi primi teorici storici del calibro di Trubeckoj, Savickij, Vernadsky poi Karsavin.
M. N. Pokrovskij, prestigioso esponente della scuola marxista, non negò le conseguenze drammatiche che l’impatto delle incursioni nomadi ebbero sulla Rus’, ma cercò di vedere nella presenza dell’elemento nomade una sorta di stimolo allo sviluppo della civiltà slava. B. D. Grekov, anch’egli illustre storico del periodo marxista, ha in parte ripreso le tesi ottocentesche, concentrando però la sua indagine sui fenomeni di assimilazione fra nomadismo e sedentarismo come fasi importanti nell’insieme dei rapporti fra le due realtà. Con l’opera di V. T. Pašuto e di V. V. Kargalov si è in parte tornati al contrasto permanente fra steppa e foresta.
In occidente si è sviluppato un pensiero critico sull’argomento grazie anche ai molti storici russi emigrati. Gorge Vernadsky (1887-1973) fu uno dei primi eurasisti e potè sviluppare la sua riflessione negli Stati Uniti dove giunse nel 1927 insegnando per un lungo periodo a Yale. In questi anni scrisse, con Michael Karpovich, e pubblicò la sua celebre A History of Russia (1943-1969). Vernadsky ha influenzato studiosi straordinariamente produttivi che ancora oggi forniscono contributi importanti alla conoscenza dell’Eurasia nel Medioevo. In questo contesto è sorta la solida elaborazione di Omelian Pritsak il quale ha rivalutato l’insieme dei rapporti fra nomadismo e mondo sedentario nell’ottica complessa di un continuo divenire; ai conflitti si alternavano, e spesso coincidevano, momenti di mutuo scambio culturale ed economico. Il nomadismo dunque come sostrato sul quale si sarebbe poi riversata l’invasione mongola del XIII, ma non sempre come esito transitorio. Grande merito va dato infine alla cosiddetta scuola di Vienna e all’opera recente di studiosi come Walter Pohl i cui sforzi per eliminare i pregiudizi dall’indagine storica hanno avuto esiti felici. La conoscenza di come si formò il complesso di relazioni fra sedentarismo e civiltà nomade risulta cioè basilare per comprendere fino in fondo le conseguenze dell’invasione mongola ad Ovest e sulla Russia in particolare.
Il libro di Peter B. Golden è una raccolta di articoli pubblicati fra il 1972 e il 1997 e si colloca felicemente in questo contesto. L’autore, turcologo e studioso delle civiltà nomadi dell’Eurasia, ha messo insieme 14 articoli, già pubblicati su riviste in anni precedenti, di argomento diverso e apparentemente distanti l’uno dall’altro, ma che alla fine della lettura forniscono un quadro nitido e organico sull’origine e sull’evoluzione della regione in oggetto in virtù delle incursioni di popolazioni nomadi dal V secolo fino alla definitiva “stabilizzazione ottomana”.
Dal primo capitolo si ha un quadro nitido sull’origine dell’ideologia imperiale presso le popolazioni turche dalla quale emerse il concetto di qan e che permise ai Mongoli gengiskanidi di affermarsi come forza unitaria (Imperial Ideology and the Sources of Political Unity Amongst the Pre-Cinggisid Nomads of Western Eurasia). La precoce e coerente interazione fra mondo della steppa e Rus’ è confermata dal secondo capitolo, Turkic calques in medieval Eastern Slavic.
Nel terzo capitolo del libro, Khazaria and Judaism, Golden affronta il problema dell’adozione e della diffusione del giudaismo presso i Khazari, popolo attorno al quale ruota in gran parte l’equilibrio politico e culturale delle steppe dall’VIII al X secolo. Questa analisi trova ampia trattazione nei capitoli quarto (The Turckic Peoples and Caucasia) e quinto (The migrations of the Oguz). Il taglio cronologico avrebbe forse imposto l’inversa collocazione delle due parti. Gli Oguz erano una popolazione turca sulla cui origine si è a lungo dibattuto. Le prime informazioni a riguardo si hanno da iscrizioni dell’VIII secolo e dall’opera di Ibn al-Athir, storico persiano del XIII secolo la cui Storia è un bacino informativo qualitativamente unico. Secondo i dati forniti da Athir, gli Oguz avrebbero mosso dalla regione dei fiumi Selenga e Orkhon, nell’Odierna Mongolia, verso sud-ovest, oltre i Monti Altai nella regione siberiana dell’Irtysh per poi giungere al Lago di Aral e finalmente nella regione del Volga. Gli Oguz sarebbero una realtà tribale complessa, privi di una fisionomia unitaria e costantemente in guerra con le popolazioni vicine. Il loro movimento verso Occidente spinse altre popolazioni nella stessa direzione; una delle conseguenze di tale fenomeno fu la migrazione dei Peceneghi, i quali giunsero fino ai Balcani, da dove sono entrati nella storiografia bizantina. Golden individua sostanzialmente nell’instabilità politica delle steppe, che si accentuò sin dai primi anni del IX secolo e nel conflitto che vide opposti gli Uiguri e i Kirgizi (820-840), anch’essi turchi, i motivi di tali migrazioni ad Ovest.
La comune matrice etnica favorì le prime alleanze fra Oguz e Khazari nella regione del Volga, ma tale situazione non durò a lungo. Da una solida alleanza stretta con Bisanzio in funzione anti Ungara nel IX secolo – le migrazioni dei popoli proto-ungarici costituivano una minaccia sia per i Khazari che per Bisanzio – i Khazari si trovarono a dover fronteggiare, un secolo dopo proprio gli Oguz in un conflitto di dimensioni inedite. Ciò, unito alle pressioni esercitate su entrambi da altre popolazioni nomadi di origine turca e al deterioramento dei rapporti fra i Khazari e la Rus’, ebbe conseguenze tremende per l’equilibrio politico della regione. Nella seconda metà del X secolo lo stato giudaico collassò dando origine ad una reazione a catena che ebbe riflessi politici immediati. Sin dall’VIII secolo i Khazari costituivano per Bisanzio una barriera formidabile contro il mondo della steppa e le pressioni arabe sul Caucaso. Il crollo di questa barriera espose l’impero greco e la regione balcanica alle incursioni dei Selgiuchidi in Anatolia e dei Cumani nelle steppe che determinarono l’erosione delle frontiere orientali di Bisanzio e ad un sostanziale indebolimento dell’impero. La presenza dei Cumani sui confini della Rus’ ebbe d’altro canto conseguenze importanti anche a nord, dove i principi slavi si trovarono a dover interagire con le popolazioni turche stanziatesi nella steppa.
Nel capitolo successivo, The question of the Rus’ Qaganate, Golden affronta un altro problema centrale nella comprensione dei rapporti fra Rus’ e nomadismo turco in epoca altomedievale: l’esistenza del qaganato nella Rus’. Le numerose ipotesi avanzate vengono rivalutate in un’ottica coerente per cui l’uso del titolo di qan per alcuni principi russi nel IX secolo sarebbe da inserirsi nell’ambito di un rapporto di vassallaggio fra questi e il potente stato Khazaro, suggellato da alleanze matrimoniali e in funzione difensiva contro le frequenti incursioni nomadi che da Est stavano minacciando l’unità politica e geografica dei Khazari (soprattutto le unioni proto-ungariche). La fine di tale minaccia e il contemporaneo emergere dello Stato slavo avrebbero posto fine rapidamente a tale legame. 
Il centro del libro appare il capitolo settimo, Aspects of the Nomadic Factor in the Economic Development of Kievan Rus’. In esso Golden porta dati molto convincenti sulla coerenza, nel tempo, delle relazioni fra Polovcy e Rus’ anche nei momenti di tensione e sviluppa l’evoluzione formativa della Rus’ sin dalla correzione delle prime teorie normanniste fino alla frantumazione dell’unità interna che i principati russi vissero dalla seconda metà del XII secolo.
L’opera si completa con i capitoli dedicati ai Polovcy. Il capitolo ottavo tratta dell’alleanza fra Rus’ e l’unione delle popolazioni nomadi turche dei Cernyj Klobuki, i cappucci neri per poi passare all’analisi di uno degli aspetti centrali nell’organizzazione sociale e politica dei Polovcy, ovvero la loro adattabilità all’ambiente naturale della steppa (The Qipcaqs of Medieval Eurasia: An Example of Stateless Adaptation in the Steppes). Gli ultimi quattro capitoli percorrono le vicende storiche dei Polovcy sia per quanto attiene alle relazioni che essi ebbero con l’esterno che sulla loro realtà interna. Dall’apparizione dei Polovcy Dikii, i ‘Polovcy selvaggi’, Golden analizza loro presenza in Caucasia (The Qipcaqs in Georgia),  poi l’origine degli Ölberli, un clan cumano emerso in era gengiskanide (The Ölberli: The fortunes and misfortunes of an inner asian nomadic clan). Si passa quindi alla trattazione delle vicende che videro contrapposti i Rus’ ai Polovcy durante la campagna che Svjatopolk, insieme con Vladimir Monomach, condusse contro questi ultimi nel 1103 e sul conseguente massacro che la popolazione turca ebbe a subire. L’attenzione di Golden si concentra in questo caso su uno dei qan cumani, Urusoba, sulla sua personalità e sull’origine del suo nome. Il libro si conclude con un saggio sugli aspetti del culto pagano dei Cumani (Wolves, dogs and Qipcaqs Religion). E’ un breve percorso all’interno delle pratiche sciamaniste e di come, attraverso un complesso processo di acculturazione, essi giunsero ad abbracciare, in modo diversificato le grandi religioni monoteiste, Cristianesimo e Islam.
Il libro di Peter B. Golden raccoglie gran parte della riflessione scientifica di questo studioso il cui contributo alla conoscenza del nomadismo eurasiatico e delle sue interazioni col mondo sedentario è fondamentale. Il nomadismo appare non come elemento antagonista, ma come ricchezza attraverso la quale il processo evolutivo dell’identità slava ha trovato un momento di confronto costante e una ricchezza che ha saputo sfruttare; una civiltà che, lungi dall’essere posta in contrapposizione, viene analizzata nei suoi caratteri peculiari prima e in un’ottica comparativa poi, il tutto sostenuto da una preparazione linguistica molto solida. E’ vero che una lettura continuata rivela delle ripetizioni, tributo necessario ad una raccolta di articoli che, come sottolinea l’autore, non sono stati uniformati né nella grafia, né nei contenuti, ma è proprio da questo che emerge l’attualità dell’indagine di Golden.

a cura di Lorenzo Pubblici